
È possibile programmare la normale plastica affinché si decomponga in giorni, piuttosto che in mesi o in anni? Una sorta di obsolescenza programmata, imposta artificialmente, per evitare che un rifiuto in plastica finito nell’ambiente ci resti indefinitamente. L’idea è venuta a un gruppo di ricercatori della State University del New Jersey, che non soddisfatti dei progressi fatti dalle bioplastiche, si sono chiesti se fosse possibile introdurre nei polimeri delle plastiche tradizionali una sorta di “bomba a orologeria”, che le rendesse degradabili in tempi molto più rapidi ed, entro certi limiti, programmabili. Per riuscirci, i ricercatori hanno preso ispirazione da polimeri naturali, quali il DNA e l’RNA, che contengono dei precisi “punti di fragilità” da cui questi iniziano a frammentarsi. "Punti di fragilità" che gli studiosi hanno poi tentato di introdurre nelle plastiche di tutti i giorni, sebbene rimangano parecchi dubbi e aspetti da chiarire. Ce lo spiega Andrea Sorrentino, Dirigente ricerca CNR istituto per i Polimeri Compositi e i Biopolimeri.
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