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by Cronache di spogliatoio
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Intervista Montero
La storia di Luigi Meroni raccontata da Giuseppe Pastore su Cronache di spogliatoio
La storia di Bobo Vieri raccontata da Giuseppe Pastore su Cronache di spogliatoio.
"Are you watching closely?”. Stai guardando da vicino? È la tag-line, ovvero la frase che accompagna la locandina di uno dei film più sorprendenti del primo decennio del Ventunesimo Secolo: The Prestige, regia di Christopher Nolan, uscito attorno alle vacanze di Natale del 2006. Un film ambientato nella Londra vittoriana di fine Ottocento che è tutto un colpo di scena, un trucco, un numero di illusionismo. Nella stessa città, oltre un secolo dopo, detta legge un mago francese che non sfigurerebbe in quel cast, tra Hugh Jackman e Christian Bale. Se fossimo nell'Ottocento, andrebbe certamente a spasso tutto il giorno vestito di un impeccabile frac, con un cappello a cilindro adagiato con grazia sulla testa. È la velocità fatta essere umano, ma è anche eleganza, destrezza, onniscienza tecnica, senso dello spettacolo. State a vedere, e cercate di indovinare il trucco PRIMA che arrivi il replay. Da Francia-Danimarca del 31 maggio 2006.
In Europa c'è una squadra su cui grava da decenni una terribile maledizione, lanciata tanti anni fa da un suo vecchio allenatore che, per bassi motivi economici, aveva profetizzato cent'anni di solitudine: "Per un secolo non vincerete mai più un trofeo internazionale". Quella squadra – lo sapete benissimo – è il Benfica, la maledizione di Bela Guttmann, eccetera. E in effetti il Benfica ha vinto appena due finali di Coppa Campioni su sette disputate, tutte e due precedenti alla maledizione di Guttmann, per una percentuale del 28,6%. Ebbene, la Juventus ha una percentuale di finali vinte persino più bassa del Benfica: 2 su 9, 22,2%. Il rapporto complicato tra la Juventus e le finali di Champions è difficile da comprendere: supera le generazioni, parte negli anni Settanta e arriva fino ai giorni nostri, con un sottile filo conduttore che mette insieme un certo complesso di superiorità della famiglia Agnelli con la Coppa dei Campioni, risalente all'inizio degli anni Sessanta, con una successiva ossessione sempre crescente e sempre più malsana verso la Coppa delle Grandi Orecchie, una specie di inafferrabile Moby Dick che ha condotto alla rovina anche amministrazioni apparentemente oculate, come la Juventus di Andrea Agnelli. Proveremo a entrare nelle pieghe di questa storia di sconfitte tutte uguali ma tutte un po' diverse, a volte grottesche, a volte inevitabili, a volte inspiegabili, ripercorrendole tutte e sette, una alla volta, in rigoroso ordine cronologico. Cominciamo: primo episodio, Ajax-Juventus 1973.
Sono le 22 e 13 minuti e il cronometro in alto a destra ha appena superato il 45° minuto del secondo tempo, quando un difensore dell'Olympique Marsiglia lancia lungo in direzione di Chris Waddle, che però è partito nettamente oltre l'ultimo difensore del Milan. L'arbitro svedese Karlsson fischia il fuorigioco, ma l'atmosfera del Vélodrome è talmente carica di adrenalina, talmente prossima all'incendio, che in migliaia lo confondono per il fischio finale. E allora chi si è già portato a bordo campo – fotografi, cameramen, semplici tifosi – fa invasione, e l'arbitro si sbraccia per ricacciarli tutti indietro. Un crescente clima da Sudamerica. Costacurta lancia lungo verso Gullit, anticipato di testa, Massaro perde il contrasto e la palla finisce ancora sui piedi di Waddle, che inizia a correre a perdifiato verso l'area del Milan. Arriva solo davanti a Sebastiano Rossi, ma è stremato e si abbandona a un tuffo di puro sfinimento. Ma l'arbitro fischia ancora. Cos'ha fischiato? Rigore? Simulazione? La fine della partita? Fischia e gesticola. Il pubblico riprende a festeggiare, ma ancora una volta ha capito male. In preda al delirio, in pochi si sono accorti che è cambiata la luce: mentre Waddle correva, il riflettore a sinistra della tribuna principale si è spento senza preavviso. E così Olympique Marsiglia-Milan del 20 marzo 1991, quarti di finale di ritorno di Coppa dei Campioni, adesso, è una partita sospesa.
La TRISTE storia di ADRIANO l'imperatore “Adriano! O garoto de 17 anos entrou no jogo e no primeiro lance empata a partida no Morumbi!”. Il telecronista brasiliano si esalta perché sul prato del Morumbi di San Paolo è nata la classica stella, il diamante grezzo ma purissimo, i cui margini di miglioramento si vedono a occhio nudo, e uno s'immagina il massimo. Qualcosa che forse può andare persino oltre Ronaldo il Fenomeno, che nel 2000 si trova nel pieno del suo personale calvario e qualcuno inizia a sospettare che ormai sia il passato. Il 6 febbraio 2000 Adriano debutta con la maglia rubro-negra del Flamengo in una partita valida per il Torneo Rio-Sao Paulo, lanciato in campo al posto di Mauro Fonseca detto Maurinho – con la A. L'idea dell'allenatore Paulo Cesar Carpegiani si ripaga all'istante, dopo pochi minuti, con il primo gol della carriera da professionista del non ancora Imperatore. Gli addetti ai lavori già lo conoscono, perché tre mesi prima, novembre 1999, ha fatto parte dei 18 convocati del Brasile ai Mondiali Under 17, in Nuova Zelanda, Mondiali vinti proprio dal Brasile in finale contro l'Australia: lui non ha mai segnato, ma è stato l'attaccante titolare della Seleçao in semifinale e in finale, in un'edizione senza grosse stelle, in cui il capocannoniere, il ghanese Ishmael Addo, avrà una carriera anonima spesa tra Israele, Cipro e India. E il numero 10 del Brasile si chiama Cacà, ma non è quello che pensate voi: si scrive con due C, c-a-c-a, e nemmeno lui farà grossa strada. Questo Adriano lo conosce anche l'Inter, che in Nuova Zelanda ha spedito un osservatore, Adelio Moro, che l'ha prontamente segnalato alla società. Potrebbe arrivare già nel gennaio 2001, su spinta ulteriore di Salvatore Bagni, ma la crisi economica in Sudamerica rallenta le operazioni e a quel punto l'Inter di Marco Tardelli, piuttosto male in arnese, preferisce puntare sull'usato sicuro, Marco Ferrante. Ma adesso, per immaginare i primi sei mesi dell'anno solare 2001, pensate a un montaggio alternato in cui, mentre il convalescente Ronaldo non gioca un solo minuto in partita ufficiale, e mentre l'Inter arranca tra risultati umilianti, contestazioni e motorini lanciati dal secondo anello, Adriano scala alla velocità della luce il suo personale Pan de Azùcar, il Pan di Zucchero che domina Rio de Janeiro. Sulla panchina del Flamengo è seduto ora una leggenda come Mario Zagallo, 70 anni, che addestra Adriano a diventare qualcosa di spaventoso. Al Mondiale Under 20 in Argentina, estate 2001, fa cose eccezionali: segna due gol all'Iraq, uno al Canada, due all'Australia, uno al Ghana. L'Inter capisce che non si può più aspettare e impalca col Flamengo un'operazione di fantasia carioca: una triangolazione con il Paris Saint Germain con cui detiene le due metà del brasiliano Vampeta, un pacco epocale che nell'Inter ha fatto in tempo a giocare otto partite ufficiali prima di sprofondare nell'oblio. Ma ecco che Vampeta torna utile: il Flamengo lo acquista scambiandolo con due giocatori. Così al PSG va l'attaccante Reinaldo, 22 anni, e all'Inter, appunto, va Adriano.
Nell'autunno del 2020, quando l'Inter di Antonio Conte li ha incontrati nel girone di Champions League, i tifosi del Borussia Monchengladbach hanno tenuto un comportamento un po' insolito, quasi eccessivo per i luoghi comuni di una curva del Nord Europa. Si sono radunati sotto l'hotel dell'Inter fino alle 4 del mattino, cantando cori e sparando fuochi d'artificio per tenerli svegli, e a un certo punto hanno esposto uno striscione: “Ricordati Inter: things go better with Coke”. Le cose vanno meglio con una Coca-Cola. Che strano. Guerrilla marketing? Pubblicità nemmeno tanto occulta? O è una battuta? E dov'è la battuta? Per capire l'inside joke, bisogna conoscere la storia. Una storia di quasi 50 anni prima. Nell'ottobre del 1971 il mondo ascolta per la prima volta “Imagine” di John Lennon, ma poi non sempre si comporta di conseguenza. Anche il mondo del calcio, anzi l'Europa del calcio, che si fa avvelenare da una battaglia legale senza precedenti. Il 20 ottobre 1971 l'Inter va a giocare a Monchengladbach la partita d'andata degli ottavi di Coppa dei Campioni, contro un Borussia travolgente che trionfa 7-1: ma l'Inter di fatto si è fermata dopo mezz'ora, quando Boninsegna è stato colpito da una lattina di Coca Cola lanciata dagli spalti, è stato portato fuori in barella e naturalmente è stato sostituito. Convinti di avere già partita vinta a tavolino, i giocatori dell'Inter hanno alzato le braccia dal manubrio e si sono lasciati sommergere. Ma a fine partita, con grande sorpresa, i dirigenti nerazzurri scoprono che i codici europei non funzionano come quelli italiani, e che non c'è alcun punto del regolamento che norma una situazione del genere. Insomma, varrà il risultato del campo: e l'Inter si è inconsapevolmente lasciata andare. 7-1. Bel guaio. E come si dice in questi casi? Ah sì: Better Call Prisco.
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